Quale socialismo?

  1. Introduzione

In tempi recenti, con il chiarirsi dell’inadeguatezza politica e teorica di ciò che va sotto il nome di ‘sinistra’, si è riproposta l’esigenza di usare termini meno ambigui e più sostanziali per definire visioni alternative al dominio dell’ordinamento capitalistico e della teorizzazione liberale. La direzione più semplice in cui si può operare tale chiarimento è recuperando il concetto di ‘socialismo’.

E tuttavia si fa presto a parlare di ‘socialismo’.

Nel tempo il termine è venuto a significare cose assai diverse, e le discussioni sull’essenza del socialismo (o comunismo) e sulla loro versione autentica occupano intere biblioteche. È totalmente impensabile ripercorrere qui un’esegesi storica di quel dibattito. Di socialismo parla per primo Saint-Simon, opponendolo all’individualismo liberale, ma il concetto si consolida sul piano teorico solo con la riflessione marxiana, dove esso emerge come teoria che sostiene la proprietà sociale (comune, collettiva, pubblica, o cooperativa) dei mezzi di produzione.

Nelle pagine di Marx il termine socialismo venne tuttavia subordinato al termine ‘comunismo’, che però a sua volta cadde in parziale disuso negli anni immediatamente successivi alla sua morte. Negli ultimi decenni prima della Prima Guerra Mondiale sarà il termine socialismo ad occupare quello spazio concettuale, fino alla Rivoluzione d’Ottobre, quando Lenin userà socialismo e comunismo con accezioni divergenti: egli contrapporrà lo Stato socialista come necessario momento intermedio, alla Società Comunista, come ideale futuro.

Dopo il 1918 il termine ‘comunismo’ riprese perciò quota, anche nel tentativo di distanziarsi dal fallimento dei partiti socialisti europei di fronte all’ingresso in guerra, e rimarrà termine diffuso e prevalente, seguendo le sorti dell’avventura storica sovietica, fino al suo collasso. Nel frattempo il termine ‘socialismo’, spesso nella sua variante ‘socialdemocratica’, si sposterà sempre di più in posizione antitetica al comunismo sovietico. In questo processo di distanziamento molti partiti socialisti (o socialdemocratici) si troveranno di fatto alleati in sempre maggior misura con istanze liberali, fino a divenire di fatto indistinguibili dai partiti liberali o liberaldemocratici. Quest’ultimo processo, storicamente coincidente con l’ascesa del neoliberismo, ha spesso screditato il riferimento al socialismo, che permane nel nome del Partito Socialista Europeo come una reliquia archeologica, priva di significato.

Nell’evoluzione del termine ‘socialismo’ noi vediamo dunque un’escursione amplissima, da posizioni di radicale opposizione ai meccanismi di mercato, fino a posizioni di mera correzione marginale di quei meccanismi stessi, con una sostanziale accettazione del modello liberale.

 

  1. Le motivazioni del socialismo

Ora, tentare in una breve regata solitaria di chiarire cosa sia davvero ‘socialismo’ o, meglio ancora, di determinare quale idea di socialismo sia all’altezza dei problemi contemporanei, è un’impresa implausibile. E tuttavia, se non si parte da nessuna parte non si arriva da nessuna parte, e visto il carattere desueto e confuso del termine ‘socialismo’ e delle cose che vengono ad esso connesse, un tentativo di chiarimento schematico ha una sua utilità, foss’anche solo come punto di partenza da lasciarsi poi alle spalle. Dunque nel prosieguo proverò a riportare, con la massima concisione possibile, e correndo il rischio della banalità, quelle che allo scrivente (con i suoi inderogabili limiti soggettivi) paiono le idee portanti per una riproposizione odierna di una prospettiva socialista, sperando che altri poi vogliano correggere, integrare e migliorare quanto proposto.

La proposta socialista si caratterizza inizialmente come una risposta critica volta a superare l’evoluzione socioeconomica liberale e il modello di sviluppo capitalista. Quali sono le ragioni di questa critica? Esse dipendono dal fatto che lo sviluppo capitalista in meno di un secolo ha mostrato, accanto a dinamiche di progresso produttivo, dinamiche di degenerazione sociale univoche e molto accelerate. Già nella prima parte dell’800 erano chiare tendenze degenerative che poi si sono accentuate e che oggi appaiono ipertrofiche. Esse possono essere riassunte in 5 punti di massima:

2.1. Liquefazione sociale. Dai primi processi della Rivoluzione Industriale inglese, successivi alle enclosures e alla grande urbanizzazione, fino all’odierna società ‘liquida’, dove mobilità e precarietà vengono assunte come forme di vita normali, lo sviluppo capitalistico ha mostrato una spinta virulenta alla dislocazione sociale, alla disgregazione di comunità, società, famiglie, e in ultima istanza degli individui stessi.

2.2. Divaricazione sociale. Le diseguaglianze di ricchezza sono sempre esistite, tuttavia sotto regime capitalista esse presentano caratteristiche specifiche. In primo luogo, le diseguaglianze di tipo capitalistico sono diseguaglianze diverse da quelle premonetarie, in quanto sono sempre escludenti: non esiste alcuna responsabilità del ‘superiore’ verso l’inferiore, che progressivamente viene espulso dal novero sociale. In secondo luogo, sono diseguaglianze che tendono a crescere su sé stesse, perché il capitale pregresso rappresenta la base essenziale per l’accrescimento del capitale futuro. Queste divergenze tendono a verificarsi sia all’interno delle nazioni che tra nazioni diverse.

2.3. Conflittualità internazionale. Anche la conflittualità tra stati non è caratteristica specifica del sistema capitalistico, ma assume in esso tratti peculiari. Tra stati la conflittualità storica precapitalistica è legata a istanze di conquista territoriale e assorbimento di altre popolazioni (talvolta come assimilazione talaltra come subordinazione). La conflittualità tra stati nel capitalismo è invece un conflitto tra apparati industriali che si servono delle istituzioni politiche per ottenere vantaggi comparativi sul piano economico, e che vogliono restare in un rapporto di estraneità nei confronti dei ‘vinti’, senza né ‘conquistarli’ né ‘assimilarli’, ma semplicemente sfruttandoli. In questo contesto l’utilizzo delle armi può essere minimizzato, venendo sostituito spesso da sistemi di vincoli legali e finanziari che chiamano in causa la guerra guerreggiata solo in casi limite, creando tuttavia forme crescenti di ostilità reciproca e disprezzo (senza neppure il rispetto riconosciuto alla forza del conquistatore militare).

2.4. Riduzione del potere politico (democratico) al potere economico. Il potere economico, in un sistema che non ponga chiari limiti al suo esercizio, si traduce in potere senza aggettivi. Rispetto ai poteri politici tradizionali (ad esempio di ‘ispirazione divina’), così come rispetto ai poteri politici democraticamente legittimati, il potere conferito dalla ricchezza monetaria è un potere che si esercita in modo anonimo, impersonale, svincolato da ogni consenso o interesse comune. In questo senso, l’esercizio del potere conferito dal denaro è strutturalmente antidemocratico.

2.5. Distruzione ambientale. Il sistema capitalistico esige per mantenersi in vita di rilanciare continuamente la promessa di crescita ulteriore, laddove tale crescita è affidata ad una pluralità di spinte indipendenti e non governate. Ma una crescita illimitata e non governata produce inevitabilmente un’esplosione di esternalità ambientali negative e fuori controllo, come gli ultimi decenni stanno mostrando con sempre maggiore evidenza.

Il socialismo è quella proposta politica che, contrastando il modello di sviluppo capitalistico dovrebbe porre rimedio a questi problemi, conservando tuttavia i fattori di progresso impliciti nell’evoluzione della società liberale, e specificamente senza perdere l’accrescimento della capacità produttiva (non necessariamente della produzione di fatto) e quello della mobilità sociale. L’alternativa ad una soluzione socialista sarebbe una soluzione reazionaria, con il tentativo di ripristinare condizioni e strutture sociali precapitalistiche (nel mondo islamico si sono fatti strada tentativi di questo genere, dall’Iran khomeinista all’Isis); per una prospettiva socialista, tuttavia, tale tipo di soluzione è condannata ad essere perdente, anche al netto della sua dubbia desiderabilità, e perciò non è questa la direzione in cui si procede.

 

  1. L’identificazione dei fronti sociali

Per un movimento storico che si propone di superare un ordinamento storico vigente, e specificamente alcune sue caratteristiche, è indispensabile identificare nel modo più chiaro possibile il proprio gruppo sociale di riferimento, e il gruppo sociale che plausibilmente si troverà a contrastare la propria azione. Questo è uno dei punti su cui si sono presentate nell’ultimo mezzo secolo alcune tra le maggiori difficoltà e fratture.

Se l’obiettivo polemico è il ‘capitalismo’, è opportuno darne innanzitutto una definizione di massima. Per ‘capitalismo’ intendiamo un sistema sociale di produzione governato dalla spinta alla riproduzione e accrescimento del capitale, e dove tale tendenza è concepita come principio regolatore adeguato e sufficiente dei rapporti di produzione. Il cuore del capitalismo sta nel processo per cui il capitale privato pregresso rappresenta il principale fattore di produzione che conduce al capitale futuro.

E tuttavia, che cos’è in senso proprio quel capitale che identifica il capitalismo? In molte analisi storiche, anche classiche (Braudel) il capitale è inteso nel senso estensivo di ‘ogni riserva di valore pregresso capace di produrre altro valore’. In questa accezione estensiva possiamo rintracciare prodromi del capitalismo praticamente per tutta la storia dell’umanità. Sono state ‘riserve di valore capaci di produrre valore’ mandrie e armenti, terreni agricoli e capannoni, strumenti agricoli o industriali, denari e cascine, ecc. Questa concezione estesa del capitale è però qui fuorviante, perché non coglie ciò che vi è di specifico nei moderni processi di capitale, ovvero la capacità del capitale di trasformarsi liberamente in tutte le altre forme di valore. Prima che si strutturasse un sistema di transazioni monetarie ad alta mobilità (lettere di cambio, assegni, banconote, titoli) non è sensato parlare di capitalismo. La proprietà di una mandria ricca, o un castello o di estesi terreni agricoli potevano fare di qualcuno un possidente, un benestante, ma non un capitalista. In questo senso anche la borghesia capitalistica ottocentesca era ancora in parte una rappresentanza imperfetta e primitiva del capitalismo, perché era ampiamente legata alla necessità di un possesso materiale dei mezzi di produzione (la fabbrica, i macchinari).

Il capitalismo è invece essenzialmente caratterizzato dalla forma liquida del capitale.

È proprio la forma liquida che consente di trasformare agilmente il capitale in forme differenti di valorizzazione, dunque di investirsi e disinvestirsi, di decidere dove e come esercitare il proprio potere e riprodursi. Il padrone della fabbrica ottocentesco inizia naturalmente già ad avere a disposizione capitali facilmente trasferibili, che infatti cominciano ad alimentare un commercio globale, ma non va visto come l’archetipo del capitalista, ma come una sua forma primitiva.

I problemi rilevati sopra come obiettivi polemici per il socialismo sono tutti eminentemente ascrivibili alle funzioni del capitale nella sua forma liquida, e non alla semplice ricchezza accumulata del possidente.

Questo chiarimento può permetterci di scorgere meglio la faglia sociale cruciale che separa una posizione socialista da una capitalista. Questa faglia è stata identificata da Marx nell’opposizione tra ‘borghesia’ e ‘proletariato’ o ‘classe lavoratrice’ (arbeitende Klasse, spesso tradotto malamente con ‘classe operaia’). Nel contesto di metà Ottocento in cui opera Marx, e specificamente in Inghilterra, questa opposizione rappresentava una buona approssimazione: la borghesia era un ceto piuttosto ristretto, che forse, sommando l’alta, media e piccola borghesia totalizzava il 15% della popolazione complessiva. La popolazione agricola rimasta al di fuori del processo di urbanizzazione e la classe lavoratrice urbana rappresentavano dunque di gran lunga la maggior parte della popolazione, e potevano essere fondatamente descritte come quella parte della popolazione che non possedeva nulla salvo la propria forza lavoro (proletariato).

Gli eventi delle due guerre mondiali e i rapporti di forza dei primi decenni dopo il 1945, con un rafforzamento del potere contrattuale del lavoro, estesero lo spazio della piccola e media borghesia riassorbendo in sé gran parte della classe lavoratrice (in Europa e Nord America). Il processo subì un’inversione con i primi anni ’70, e negli ultimi dieci anni ha iniziato a ripresentare andamenti distributivi simili a quelli di fine ‘800, con il ritorno a forme di impoverimento di massa e con la concentrazione del grande capitale nelle mani di ristrette élite.

La finanziarizzazione dell’economia avvenuta a partire dagli anni ’70 ha ridotto drasticamente il coinvolgimento del capitalista con la produzione materiale. Se il capitalista dell’800 poteva facilmente coincidere con l’imprenditore impegnato in una specifica attività produttiva, questo nesso oggi si è fortemente allentato. Il grande capitale tende oggi a ‘noleggiare’ tutti i fattori di produzione, manager, lavoratori, stabilimenti, impianti, macchinari, progetti. Minore è il coinvolgimento stabile con i fattori di produzione tanto migliore la posizione del capitale, che cerca la massima mobilità per cogliere le migliori opportunità di profitto.

In queste nuove condizioni, quello che era già un tratto fondamentale del capitalismo ottocentesco diviene ora assolutamente dominante: il capitale è essenzialmente denaro in tutte le sue forme, ed è un potere liquido, liberamente trasferibile e trasformabile, essenzialmente sovranazionale.

Per queste ragioni l’odierna faglia sociale che definisce il capitalismo appare definita fondamentalmente dalla disponibilità di capitale liquido, e solo, in seconda istanza, da altre forme di capitale (comunque non troppo difficile da liquidare). Il capitalista archetipo è colui che governa e muove grandi masse di denaro, impegnandosi magari contingentemente e per qualche tempo in una produzione specifica, ma non identificandosi con nessuna attività produttiva (e tantomeno con l’idea di una ‘ditta multigenerazionale’).

Per queste ragioni, la soglia oppositiva essenziale per definire la ‘faglia di classe’ pertinente per una prospettiva socialista è quella che oppone chi vive di rendita ovvero di ‘strategie di investimento’, rispetto a chi vive del proprio lavoro. Questi due gruppi non sono naturalmente separati in maniera netta, anche se nella grande maggioranza dei casi sono chiaramente discernibili. Oggi, tra chi vive essenzialmente del proprio lavoro non sono pochi quelli coinvolti in qualche misura, spesso per necessità, in piccole attività di rendita, che vanno dalle pensioni private, alle assicurazioni fruttifere, all’affitto di una seconda casa o al subaffitto di una stanza. All’estremo opposto troviamo grandi manager o broker che lavorano sì, ma il cui lavoro consiste essenzialmente nella riorganizzazione e reindirizzo dell’impiego del capitale.

I ceti coinvolti possono dunque essere separati usando in combinazione criteri reddituali e criteri definiti dalla proporzione di quanto è ricavato dalla rendita e quanto dal lavoro. L’esistenza abbastanza frequente di casi misti non comporta alcun problema nell’identificazione del ‘nemico’, perché il nemico in ogni caso non è un nemico ‘personale’, bensì ‘funzionale’. Un approccio socialista non combatte la persona del detentore di capitale, ma la sua funzione (o eventualmente il suo posizionamento politico a difesa di quel tipo di funzioni). In ogni sistema economico la maggior parte delle persone non fa ciò che sceglie liberamente di fare, ma fa del suo meglio per mantenersi a galla tra opzioni limitate; la colpevolizzazione personale rappresenterebbe qui un atteggiamento infantile e insensato.

Da questo punto di vista il ‘blocco sociale di riferimento’ di una forza socialista odierna è chiunque viva prevalentemente del proprio lavoro, e il cui lavoro non consista nell’organizzazione e indirizzo di capitali da investire. Tutti questi – naturalmente con diversi gradi di urgenza – possono avere un interesse personale a privare il capitale del proprio potere.

L’ampiezza di questo ‘blocco sociale’ rispetto all’esiguità della contestazione al sistema segnala come parte assai consistente del problema odierno consista nel far comprendere l’effettivo funzionamento dei meccanismi del capitale, molto più indiretti, impersonali ed inespliciti di un tempo.

 

  1. La dimensione etica ed utopica

Nella tradizione socialista e comunista un ruolo non minore è stato giocato dalla rappresentazione utopica. Dipingere un futuro possibile con tratti capaci di ispirare ha giocato un ruolo significativo in molto attivismo politico ispirato a Marx (per quanto in Marx tale tratto ‘utopico’ sia minimo). Questo punto tuttavia è intrinsecamente problematico e latore di rischi. Esiste infatti un meccanismo di insufficienza sistematica nelle capacità rappresentative umane, tale per cui la realtà raggiunta, quale che sia, non può mai corrispondere alla realtà preventivamente immaginata. Utilizzare molto sul piano motivazionale la leva utopica crea le condizioni per approcci astratti e rischiosi, per sé e per gli altri.

Questo punto non va sottovalutato, perché qualunque tentativo di cambiare lo status quo non può comunque evitare di frequentare l’ambito del possibile, dell’ideale, dell’immaginabile, e tale esigenza tende spontaneamente ad alimentare atteggiamenti di utopismo astratto che possono rendere i soggetti insensibili alla realtà umana circostante e impermeabili alla concretezza della vita e della storia.

La lezione storica del socialismo e del comunismo credo debba condurre con nettezza a rigettare ogni tentativo di “ingegneria antropologica”, ogni tentativo di “creare l’uomo nuovo”, come talvolta si è ritenuto di dover fare. L’uomo reale e presente non ha nessuna possibilità né di fatto né di diritto di immaginare un’umanità radicalmente diversa da quella di cui facciamo, o abbiamo fatto, esperienza. Ciò che può essere fatto è cercare di promuovere il meglio in essa e di emendarne le forme patologiche o di degrado, creando le condizioni per un libero sviluppo delle potenzialità umane. Il riferimento alla libertà qui è importante, e chiarisce come nel socialismo alcune istanze inizialmente promosse nella riflessione liberale abbiamo pieno diritto di cittadinanza. Tuttavia va subito rimarcato come il senso di ‘libertà’ promosso dal socialismo non è quello che caratterizza il liberalismo, ma è vicino a quello classico, greco-romano: non viene promossa la mera libertà negativa (come non interferenza nelle proprie iniziative), ma la libertà positiva (come capacità effettiva di realizzazione nella società).

Una prospettiva socialista che sia insieme percorribile e capace di ispirare deve partire dal meglio di ciò che già è ed è stato, non dalla più o meno confusa fantasticheria intorno a ciò che potrebbe essere. In questo senso, il socialismo non può e non deve essere una dottrina movimentista e strutturalmente ‘rivoluzionaria’. All’opposto, come scriveva Marx, è la borghesia, il ceto capitalistico, ad essere la ‘classe rivoluzionaria’ per eccellenza, in quanto è continuamente coinvolta nel rivolgimento delle proprie condizioni di vita e dei modi di produzione. È un errore di fondo pensare che il socialismo debba essere animato da una sorta di strutturale spinta movimentista, ribellista e contestatrice. Perciò il socialismo non è ‘progressista’ più di quanto sia ‘conservatore’: esso non predecide la direzione della storia futura, ma mira a far sì che l’umanità possa esplorarne le possibilità al meglio delle proprie potenzialità, culturali, etiche, economiche. In quest’ottica il socialismo non predice alcuna ‘convergenza uniformante’ di tutta l’umanità, non definisce alcuna forma culturale ideale, ma prende sul serio tradizioni culturali e radicamenti territoriali, con le loro varietà di opzioni, tentativi, esplorazioni e sperimentazioni.

Nello stesso ordine di idee, deve essere chiaro che il socialismo non supporta un’ontologia materialista, più di quanto né supporti una idealista; non supporta una visione ateistica, più di quanto né sostenga una teistica. Nell’analisi storica del socialismo si è adottato un tipo di analisi inizialmente battezzata ‘materialistica’ perché si opponeva ad uno specifico modello di analisi storica, autodefinitosi ‘idealista’ (Hegel). Tuttavia, come si osserva episodicamente già in molte pagine marxiane (a partire dalle Tesi su Feuerbach), il materialismo di cui parla Marx non è niente di simile ad una teoria sulla ‘sostanza del mondo’, ma è una teoria sugli ordini di fondazione delle spinte motivazionali umane, dove alla sfera del soddisfacimento dei bisogni primari viene dato un ruolo fino ad allora inedito nella definizione dei movimenti storici. Idee fallimentari come quella dell’“ateismo di Stato” devono essere dunque escluse, non meno di quanto deve essere esclusa ogni nozione di ‘Stato confessionale’.

  1. Il socialismo come proposta socio-economica

Veniamo così all’ultimo e più complesso dei punti in una definizione del socialismo: quali lineamenti devono essere seguiti per riorganizzare l’economia e la società in forme che sfuggano ai problemi del capitalismo?

Si tratta di una questione colossale che richiederebbe, anche solo per tentare una trattazione con pretese di organicità, uno studio monografico assai dettagliato. Tacere del tutto però sarebbe evasivo, dunque proviamo a fornire alcuni tratti di fondo come suggestioni di partenza.

Il nucleo centrale di una proposta socialista sul piano tecnico deve consistere nell’inattivazione del meccanismo di autoperpetuazione del capitale. Se e finché questo meccanismo non è disattivato, quali che siano le intenzioni espresse, siamo a tutti gli effetti  all’interno di un sistema capitalista. Tale meccanismo è promosso dalla pluralità delle spinte dei detentori di capitale privato in competizione tra di loro, che cercano di accaparrarsi capitali crescenti, come precondizione per la crescita di capitale futuro, ad infinitum.

Ciò che caratterizza la famiglia delle soluzioni di tipo socialista è la socializzazione dei mezzi di produzione, che vengono sottratti alla proprietà privata e all’uso privato, permettendo in questo modo di regolare e progettare la produzione. Provo a fornire una visione semplificata delle forme in cui tale socializzazione è stata concepita, articolandola in due modelli opposti, e aggiungendone un terzo, di mediazione.

A) Il modello più semplice dal punto di vista teorico è rappresentato dell’idea lineare di una pianificazione centralizzata totale. Si tratta di un modello che è esistito in forme approssimate forse solo nelle grandi civiltà del bacino del Nilo e mesopotamico, e poi nel sistema sovietico. Un tale sistema di produzione soffre di problemi noti. Al crescere delle dimensioni e complessità di un’economia (e di una società) una pianificazione che sostituisca la pluralità di produttori privati sul mercato richiede una burocrazia imponente volta alla conoscenza capillare di bisogni e desideri, e alla pianificazione relativa. Nei termini odierni ci si dovrebbe munire poi di un apparato computazionale altrettanto imponente per gestire la produzione in modo efficace. Nonostante le odierne capacità computazionali possano consentire predizioni e pianificazioni certo molto migliori di mezzo secolo fa, in ogni caso la lezione del liberista Hayek su questo punto sembra fondata: la quantità (e qualità) di informazione sugli andamenti dell’economia estraibile dalle operazioni di mercato non è adeguatamente riproducibile in forma di calcolo centralizzato. In questo senso un sistema di produzione a pianificazione centralizzata integrale può essere efficiente per grandi opere tecnologiche o per grandi produzioni standardizzate (cemento, acciaio, energia, ecc.), ma sembra destinato a rimanere molto rigido e lento nella microproduzione rivolta al consumo. Inoltre, la totale mancanza di stimoli competitivi nelle produzioni che non conferiscono prestigio (per dire, non ballare al Bol’šoj, ma riparare pneumatici) tende a produrre sottomotivazione negli agenti economici.

B) Rispetto a questo modello una strada nettamente diversa è stata quella del cosiddetto “socialismo di mercato”, abbracciato da molte socialdemocrazie (es.: Svezia). Questo modello di fatto rinuncia alla socializzazione dei mezzi di produzione, e accetta il ruolo centrale del mercato, cercando però di correggerne le storture a valle, con interventi di welfare, regolamentazione degli eccessi, ammortizzatori sociali, fornitura statale di servizi fondamentali. Questo sistema ha alcuni vantaggi, in quanto conserva una mobilità produttiva rivolta al consumo, riducendo al contempo la capacità di ricatto del capitale nei confronti del lavoro. Tuttavia esso ha dimostrato alcuni seri problemi. In primo luogo, conservando la natura privata del capitale, tale sistema permette al capitale stesso di fare ciò che fa spontaneamente, ovvero di accrescersi progressivamente. Ciò ha comportato un progressivo sbilanciamento dei poteri a favore degli interessi del capitale, esercitando pressioni sempre superiori sulle istituzioni democratiche. Ciò ha implicato che col passare del tempo gli interessi del capitale ha preso ovunque il sopravvento sull’interesse pubblico, di fatto subordinando il controllo democratico ai propri fini. In seconda istanza, ed in diretta conseguenza del primo punto, il principale modello ‘premiale’ supportato da queste società rimane quello del successo nella competizione di mercato; tale modello informa i valori sociali, e simultaneamente tende a screditare tutte le prospettive che non si conformano all’impianto liberale e liberista.

Per queste ragioni i “socialismi di mercato” tendono a degenerare nel tempo, allontanandosi da una linea di sviluppo socialista, e ricollocandosi in un paradigma capitalista.

C) Un modello percorribile che conservi elementi di flessibilità nella produzione di consumo, ma al tempo stesso non ricada nelle dinamiche capitaliste potrebbe venire sviluppato lungo le linee tratteggiate più sotto. Inutile sottolineare come questo possa essere solo un suggerimento di massima degli indirizzi da percorrere, e non un effettivo progetto sociale.

In sintesi:

1) Il primo problema fondamentale è rappresentato dalla necessità di togliere al capitale la sua indipendenza d’azione rispetto alle decisioni democratiche. Tale indipendenza d’azione oggi dipende da due fattori: dalla natura privata del capitale e dalla sua natura liquida (infinitamente trasformabile e mobile). Tuttavia, in una società moderna, di capitale non è possibile fare a meno, e specificamente di capitale in forma liquida. Per questo motivo ogni necessità di capitale liquido per impieghi di investimento, produzione o anche consumo andrebbe soddisfatta passando attraverso erogazioni controllate da istituzioni collettive.

Ciò significa che la funzione fondamentale del denaro come capitale, cioè il suo ruolo di riserva di valore da impiegare nella produzione futura, dovrebbe essere integralmente avocata a sé dallo Stato. Questo significa in sostanza che la sfera bancaria, finanziaria in generale, non dovrebbe più esistere più in forma privata.

2) Un secondo problema connesso al primo riguarda i processi odierni di libero movimento del capitale, movimenti che creano una concorrenza per ‘attrarre capitali’ e che al contempo conferiscono ai detentori di capitale un potere straordinario, con l’onnipresente minaccia di ritirare i capitali momentaneamente investiti.

Per porre argine a questo processo, devastante per qualunque organismo politico e per ogni istituzione democratica, i movimenti di capitale dovrebbero essere sottoposti a rigoroso controllo, evitando il ricorso a capitali esteri per il finanziamento di attività interne, o condizionandolo con vincoli estremamente restrittivi che ne limitino drasticamente la mobilità.

3) Una volta messo in sicurezza il piano dei movimenti del capitale e della sua capacità di ricatto, le attività produttive rivolte al consumo e che approssimano le condizioni teoriche del cosiddetto ‘mercato perfetto’ potrebbero essere lasciate all’iniziativa di mercato di agenti privati. Dunque nei casi di attività produttive dove l’ingresso nel mercato è semplice, dove i consumatori hanno (o possono avere) buona conoscenza delle caratteristiche del prodotto, dove esternalità e costi di transazione sono trascurabili, qui l’economia può essere delegata al funzionamento ordinario del mercato (un esempio caratteristico di queste attività può essere la ristorazione).

4) L’esistenza di una sfera (ampia) di mercato genera naturalmente tendenze alla divaricazione della ricchezza. I margini di crescita della riccchezza individuale, consentita in questa sfera di ‘economia libera’, dovrebbero essere condizionati da una tassazione progressiva asintoticamente convergente verso il 100%, in maniera che oltre ad un certo livello (da definire) la crescita degli introiti sia destinata quasi integralmente all’erario pubblico.

Qui lo scopo è quello di separare la funzione monetaria del medio di scambio da quella di riserva di valore. Il denaro come medio di scambio è ciò che consente l’accesso al consumo personale. Come tale può essere lasciato operare liberamente, entro limiti ragionevoli definiti dalla tassazione progressiva convergente verso il 100%, motivati dal fatto che un individuo ha limiti personali a quanto può personalmente consumare (escludendo il consumo ostentativo, per sua natura illimitato). Le funzioni tipiche che motivano il soggetto all’accumulo di una riserva di valore, ovvero l’assicurazione rispetto agli accidenti futuri (incidenti, malattia, vecchiaia) e la disponibilità di capitali da reinvestire vanno riservate integralmente allo Stato, che perciò toglie ogni giustificazione all’esigenza di una crescita indefinita nel possesso privato di denaro.

5) Lo Stato dunque dovrebbe consentire una circoscritta competizione individuale rivolta ad un accrescimento del consumo personale, ma bloccandone gli esiti in due direzioni: non consentendo una ‘uscita dalla società dall’alto’, grazie ad un accumulo privato indefinito di capitale, e non consentendo una ‘uscita dalla società verso il basso’, come esclusione sociale, impoverimento ultimativo. In questa cornice includente, la spinta motivazionale di tipo competitivo può continuare ad esprimersi, ma in una forma affine a quella del ‘gioco’, ovvero con tutta la serietà che la specie umana sa mettere da sempre nella competizione ludica, ma senza la prospettiva che la sconfitta significhi la fine senza remissione (l’esclusione, la morte).

6) I progetti che richiedono grande impiego di capitale su lunghi periodi dovrebbero essere integralmente assegnate all’iniziativa statale (magari in forme policentriche). Lo Stato dovrebbe dunque dedicare strutturalmente una parte molto significativa della ricchezza nazionale all’innovazione scientifico-tecnologica, e alla difesa (oggi settori in buona parte sovrapponibili), giacchè tali settori rimangono cruciali sia per il miglioramento delle condizioni di produzione, sia per la preservazione delle condizioni di equilibrio interno. Tutte le grandi attività industriali, e di ricerca e sviluppo, devono perciò essere promosse dallo Stato, orientandole secondo l’interesse pubblico.

Simultaneamente, lo Stato, non avendo alcuna compulsione a perseguire la massima produzione, può contenere eccessi produttivi in vista della preservazione dell’equilibrio ecologico. A preservare peraltro un incentivo ad una produzione qualificata rimane la competizione internazionale nei settori indispensabili a conservare uno statuto tecnologico e difensivo elevato.

7) Ultima questione di principio essenziale: lo Stato deve coltivare e incentivare tutti i meccanismi sociali che identificano le sorti dell’agente individuale con quelle della collettività. In quest’ottica la cura della dimensione culturale diffusa e il rispetto rigoroso della legge devono procedere di pari passo, come precondizioni essenziali per far fiorire un progetto socialista. Corruzione e free riding devono essere sistematicamente ostacolati, con incentivi e sanzioni.

Da questo quadro, nonostante l’ovvia schematicità, emerge comunque l’esistenza imprescindibile di un nesso interno essenziale tra 1) socializzazione delle funzioni del capitale (socialismo), 2) governo del popolo (democrazia), radicamento territoriale e culturale (comunitarismo), 4) partecipazione individuale alle sorti della comunità e libero sviluppo delle facoltà umane (libertà classica). Questa configurazione concettuale credo rappresenti il cuore di qualunque prospettiva socialista all’altezza della contemporaneità.

 

 

 

 

 

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5 commenti su “Quale socialismo?

  1. Analisi eccellente.

    Ottimo l’evidenziare la dialettica socialismo Vs liberalismo come dialettica dei fattori della produzione espressione di classi i cui interessi economici, sociali e politici sono in conflitto.

    Tutto ciò che va oltre nella *sostanza* a questa dialettica è fumo negli occhi.

    Capire che la risposta al nichilismo del neoliberalismo malthusiano è il socialismo classico è dirimente per il risveglio della coscienza nazionale e di classe.

    Qualche perplessità sull’ecologismo “strisciante”…

    Socialismo sta all’ecologismo come la carta del ’48 sta al malthusianesimo… 🙂

    La contrapposizione rentier Vs lavoratori/imprenditori è tipica del *socialismo* “mascherato” del keynesismo.

    E qui sta il punto: la risposta *socioeconomica* a questo delirio antiumano è quella che si trova nella Costituzione del 48: il socialismo nel suo senso “epistemico” di socializzazione del potere politico tramite la socializzazione del potere economico è l’obiettivo della costituzione italiana.

    Infatti tanto Lavagna quanto Mortati dichiarano che l’obiettivo della Costituzione è la realizzazione del socialismo. Ovvero socialismo = democrazia sostanziale.

    Per questo le oligarchie liberali hanno creato UE ed euro, come è noto: per disinnescare il progressismo sociale che porta al socialismo.

    Se la Carta dà precise istruzioni sul modello socioeconomico da perseguire – Keynes + Beveridge + Marx/Luxemburg (art.3 comma 2 Cost.) – è dubbio il mezzo riproposto per realizzarlo, ovvero il ‘parlamentarismo’.

    Insieme a Visalli, Formenti e al gruppo di Sollevazione, Zhok si conferma come il più lucido analista di Weltanschauung socialista.

    (Oltre chiaramente al team di Orizzonte48 🙂

  2. Giovanni il said:

    Leggo solo adesso. La riflessione è interessante e penso che si debba andare in questa direzione, anzi siamo in ritardo.

    Però mi pare che manchi un punto che manca quasi sempre. L’incontro fra domanda ed offerta di lavoro non può essere lasciato avvenire spontaneamente come vorrebbero i liberisti. Occorre anche prospettare dei meccanismi di gestione per l’allocazione dei lavoratori nelle varie eventualità che possono presentarsi nella loro vita e per i vari settori lavorativi.

    Certo è un punto complesso ma è cruciale. Le piccole e medie attività ad esempio svolgono un ruolo di formazione e selezione importante ed è giusto che abbiano una certa libertà di assumere ed anche di licenziare, ma le persone che eventualmente si trovano senza lavoro non possono certo essere lasciare a ricollocarsi da sole in base alla loro iniziativa individuale.

    Questo è solo un esempio ovviamente. Il punto è che la gestione dell’allocazione deve essere completa senza per questo diventare eccessivamente rigida ed opprimente ed evitare gli abusi che possono sia da parte datoriale che da parte dei lavoratori.

  3. Tony Fede il said:

    nell’analisi e nella proposta, assolutamente corrette e condivisibili, restano fuori tutti i temi legati al territorio e all’ambiente. Il territorio come luogo di creazione di processi di emancipazione dall’economia finanziarizzata e di ricostruzione della comunità attorno ai beni comuni finiti e irrinunciabili. L’ambiente come cartina di tornasole delle attività umane che in un tuttuno con i territori rappresenta la dimensione materiale irrinunciabile per la sopravvivenza umana. Ritengo che sia maturo il tempo per pensare a un socialismo sostenibilista. Un socialismo che diffonda la cultura di una forma di pensiero postmodernista e postcapitalista nel quale vincono le dinamiche sociali e interumane prepolitiche. Nel quale al razionale subentri il ragionevole; al progetto il processo; al consumo l’economia circolare; al design il circular concept. Una dimensione che riprende principi vecchi come i processi umani ma applicata alle nuove realtà. Un riscoprire le qualità umane e materiali e la necessità della condivisione dei processi. In questo scenario le industrie assumono quella dimensione ecoetica che le fa diventare espressione dei territori, della consapevolezza della comunità locale…. inutile lottare per il miglioramento delle condizioni in fabbrica … devo mettere in crisi la dimensione industriale ritornandone in possesso con processi di coinvolgimento e condivisione in un ottica di assoluta congruenza con le necessità ambientali e comunitarie… Il sostenibilismo è la vera rivoluzione che parte dalla consapevolezza personale e collettiva che tiene in conto tutti i nuovi processi di aggregazione e di resistenza urbana passando per nuove progettualità e forme di aggregazione ….. A SUSTAINIST LEXICON di Michiel Schuarz edito da A&NP

  4. Herr Lampe il said:

    Lo scritto è non banale ma imho incorre in qualche problema. Uno per tutti, ché tanto il punto alla fine è uno solo: affermare così pacificamente che Marx non avesse una prospettiva ontologica forte in senso materialista appare azzardato.

    Con buona pace di molti Marx era dichiaratamente ateo e materialista, il che non costituisce un dettaglio, né necessariamente un pregio. Si può serenamente non essere d’accordo, ma non rappresentare un proprio pensiero come se fosse di altri. Resto eventualmente a disposizione per una bibliografia.

    Cordiali saluti e com0limenti per il blog.

  5. Andrea il said:

    Mi sembra che questo bell’articolo si ricolleghi a un post sempre di Andrea Zhok scritto su Facebook qualche tempo fa (eccolo: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=995634650617934&id=100005142248791), in cui veniva avanzato il dubbio che il keynesismo sul medio-lungo periodo venga necessariamente riassorbito dal paradigma liberista, in quanto condividerebbe con esso l’obiettivo supremo della crescita illimitata (PIL che deve obbligatoriamente sempre aumentare, ecc.), e, se questo è l’obiettivo, il modello economico liberale si rivelerebbe più “performante”, più efficace, nel raggiungerlo, rispetto a quello keynesiano.

    Non sarebbe dunque affatto detto, secondo Zhok, che il keynesismo possa essere una teoria duratura di emancipazione per le classi dominate (pur restando, chiaramente, senz’altro prezioso il pensiero di Keynes, e ricco di spunti); anzi: esso con tutta probabilità è invariabilmente, per la sua stessa struttura, destinato a poter far valere la propria forza solo per un periodo limitato di tempo, prima che una nuova onda liberale lo risommerga.

    Conclusione (mi corregga pure il padrone di casa se ho, invece, male interpretato il suo pensiero): senza mettere in soffitta l’obiettivo della Crescita perpetua non se ne esce in modo definitivo; soprattutto, e questo è il monito lanciato ai keynesiani, il liberalismo economico sarà sempre destinato a prendersi la sua rivincita sulle eventuali parentesi keynesiane.

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