Contro la retorica dell’eccellenza (da “L’Espresso” del 07/01/2018)

Sono oramai diversi anni che in Italia la parola “eccellenza” ha acquisito un’aura particolare, salvifica, quasi escatologica. Ogni uomo politico che conti – anche solo moderatamente – si sente in obbligo di invocare l’orizzonte dell’eccellenza come ciò che conferisce dignità ultima a qualsiasi attività, come modello da estendere ad ogni lavoro, produzione, istituzione.

Questo appello all’eccellenza non è rimasto questione semantica, ma si è tradotto in norme e indirizzi, con particolare riferimento a scuola e università ma estendendosi all’intera sfera del made in Italy (per definizione, naturalmente, un’eccellenza). Il riferimento ideale all’eccellenza si è così tradotto nell’idea che ogni attività lavorativa debba essere concepita un po’ come un campionato sportivo, dove è giusto che nutrano aspirazioni di dignità solo quelli che insidiano la vetta. Di contro, tutti i ‘non eccellenti’ devono solo prendersela con sé stessi se non ottengono riconoscimento. Le varie introduzioni di ‘bonus premiali’ ai docenti della scuola, di aumenti premiali ai docenti universitari, di finanziamenti premiali ai dipartimenti e alle università, o similmente le risorse premiali previste nella ‘riforma della pubblica amministrazione’, ecc. vanno tutte in questa direzione, dove normalità è assimilata a mediocrità, mentre dignità e onorabilità sono riservate alle ‘eccellenze’.

Il problema di questo modello non è che sia ‘meritocratico’ – e che dunque sia avversato da impaludati e retrogradi ‘antimeritocratici’. No. Il problema è che si tratta di un modello di società, e di azione collettiva, fallimentare.

Nessuna società funziona sulla base di un pugno di eccellenze, e per definizione le eccellenze non possono se non essere una minoranza. La nozione di eccellenza è infatti una nozione differenziale: si è ‘eccellenti’ in quanto si è virtuosamente fuori dall’ordinario. L’idea che, per veder riconosciuta la dignità di ciò che si fa, si debba appartenere al novero degli eccellenti è la ricetta per un sicuro naufragio, e lo è proprio sul piano incentivale. Infatti l’appello a questa ‘eccellenza di massa’ naufraga per tre ragioni fondamentali.

La prima è banalmente numerica: se conferisco riconoscimento pubblico (dignità, tutele, benefit) solo all’eccellenza (vera o presunta) creo il terreno per una frustrazione di massa, giacché la maggioranza per definizione verrà privata di riconoscimento. Qui non è solo in causa il fatto che la maggioranza non eccellerà per definizione, ma ancor di più il fatto che ciò non verrà accettato per natura. In un sondaggio sociologico di qualche anno fa emerse come il 94% degli intervistati ritenesse di essere, quanto alla qualità del proprio lavoro, al di sopra della media dei propri colleghi. A prescindere da chi si sia sbagliato e di quanto, appare chiaro che le autocandidature in buona fede all’eccellenza saranno sempre ampiamente eccedenti rispetto alle posizioni disponibili. Il meccanismo stesso non può non generare vaste aree di malcontento.

La seconda ragione è legata ai ruoli sociali, ed è più radicale. Per quanto recentemente ci si sia abituati a creare forme competitive e gerarchie piramidali per molti mestieri che una volta ne erano privi (si pensi ai cuochi di Master Chef), è chiaro che, per quanto ci si ingegni, la stragrande maggioranza delle attività che fanno andare avanti una società non si presterà mai a valutazioni competitive. Non c’è sensatamente posto per super-lattonieri, cassiere fuoriclasse, campionissimi dell’assistenza infermieristica, controllori iperbolici, assi della raccolta rifiuti, ecc. Prospettare una società in cui riconoscimento ed eccellenza vanno di pari passo significa prospettare una società dove la stragrande maggioranza delle occupazioni nasce con uno stigma di mediocrità e indegnità. (Curiosamente, gli stessi che propongono questa retorica dell’eccellenza li troviamo poi a chiedersi pensosi com’è che i giovani non siano più attratti da questo o quel mestiere.)

Lodare e premiare l’eccellenza può avere un’utile funzione sociale, fornendo modelli motivanti per la gioventù in formazione, ma non può mai essere sostitutivo del più fondamentale e importante dei modelli, quello dove si coltiva semplicemente la capacità di fare bene il proprio dovere. Per quanto ciò possa suonare conservatore e poco glamour, non c’è nessun sostituto prossimo ad un modello che nutra e alimenti la dignità del lavoro come orgoglio per aver svolto il proprio dovere, senza salti mortali ed effetti speciali. Solo l’idea di dare un contributo a quell’impresa non banale che è il buon funzionamento di una società può sostenere nel tempo uno stato, una comunità, una civiltà. Uno sguardo storico all’Ethos civile delle civiltà storiche più forti e longeve (da Roma antica all’Impero Britannico) può mostrare bene come, accanto all’elogio di individualità e virtù eminenti, fosse cruciale la coltivazione dell’orgoglio di essere semplicemente parte di quell’azione collettiva, di quella forma di vita.

L’unica forma di ‘meritocrazia’ davvero indispensabile consiste nell’essere in grado di stigmatizzare efficacemente ed eventualmente punire i ‘free riders’, gli opportunisti neghittosi che, all’ombra del contributo dei più, si scavano nicchie di nullafacenza. Un sistema deve cioè essere sempre in grado di eliminare, per così dire, la ‘morchia sul fondo del barile’, in quanto per valorizzare chi fa il proprio dovere deve stigmatizzare chi ad esso si sottrae intenzionalmente.

Ciò ci porta alla terza e ultima ragione della nequizia di una retorica dell’eccellenza.

Mentre riconoscere le componenti subottimali di un sistema, come i free riders, è compito relativamente facile, riconoscere l’eccellenza è un compito estremamente arduo e mai sistematizzabile in modo efficiente. L’eccellenza, per natura, è ciò che è fuori dall’ordinario in quanto presenta caratteristiche supplementari ed eccedenti rispetto alla norma. Per questa ragione l’eccellenza fatica sempre ad essere riconosciuta come tale dalla norma. D’altro canto, solo la norma (la medietà) può formare il giudizio che in ultima istanza riconoscerà l’eccellenza. Il ‘genio incompreso’ è quasi un cliché storico, ma è un cliché fondato su infiniti esempi e su un meccanismo pressoché fatale. Ogni autentica eccellenza in quasi qualunque campo verrà sempre riconosciuta con difficoltà proprio per i suoi tratti fuori dal comune. Un sistema che si vanta di conferire riconoscimento alle sole eccellenze finisce tipicamente per diventare invece un sistema che premia solo i più conformisti e ambiziosi tra i mediocri. Una volta di più ad emergere in primo piano è un modello che, lungi dal fornire incentivi all’azione sociale, genera risentimento.

Concludendo, l’insistente richiamo all’eccellenza rappresenterà forse un valido slogan, dinamico, giovanilistico, buono per persuadere gli ignari di essere di fronte ad istanze innovatrici, ma è di fatto un modello valoriale puramente retorico, vuoto e seriamente controproducente.

 

 

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13 thoughts on “Contro la retorica dell’eccellenza (da “L’Espresso” del 07/01/2018)

  1. magnifico articolo che ho condiviso sul mio blog di approfondimento metodologico in relazione alla parola chiave “excellence”nella sezione “cogito ergo sum”.Spero di non aver scavalcato la volontà dell’autore in relazione alle norme di condivisione.

  2. Teresa Panico il said:

    Quanta semplice verità! Una verità troppo anticonformista ed anti sistema. In realtà molti di noi soffrono da tempo dell’affermazione di questo modello. Peraltro inutile e dannoso per la stessa generazione delle eccellenze!

  3. Giampaolo Bettio il said:

    Interessante come sempre l’articolo, che mi ha fatto ricordare le tristi campane Gaussiane usate per le valutazioni aziendali. Una riflessione merita però anche l’alternativa prospettata dell'”orgoglio di essere parte di un’azione collettiva” che fu tipica di Roma, dell’Inghilterra e, aggiungerei, del Giappone. Però i frutti guasti di questa visione furono anche: a Roma i Muzio Scevola, in Giappone i Kamikaze, della Germania, tutti col passo dell’oca, e del’Isis non ne parliamo. In un mondo di concorrenze senza regole, o meglio con le regole del più forte, il senso di appartenenza a Roma o all’impero britannico erano facilitate dall’opportunità di partecipare alla conquista e alla sopraffazione. Insomma molti dubbi per i quali è gradito un confronto di arricchimento9.

    • antropologiafilosofica il said:

      Se dà un’occhiata all’articolo precedente in questo medesimo blog, concernente la questione dell’Identità, troverà forse qualche indicazione che può confortarla.
      La risposta breve comunque è: un’identità collettiva è pericolosa quanto un’identità personale.
      Se un soggetto, individuale o collettivo, ha un’unità di intenti, anche moderata, allora è in grado di prendere iniziative, di formulare progetti, di sperare a lungo termine, e dunque è anche in grado di sbagliare, di fare danni, di commettere reati o peccati. Se si vuole che un’azione abbia un’unità di senso si deve prendere anche in considerazione la possibilità che l’azione vada fuori strada. Un’identità personale debole, fragile, scomposta è naturalmente meno pericolosa di un’identità personale forte e volitiva. Lo stesso può dirsi per un’identità collettiva.
      Se si ritiene disdicevole l’appello ad un’azione collettiva in quanto può produrre esiti spiacevoli, si deve coerentemente mettere fuori gioco anche l’azione individuale. Indubbiamente in un mondo di vegetali il rischio di abusi sarebbe nullo, e tuttavia dubito che molti lo considerebbero un’opzione.

  4. Giampaolo Bettio il said:

    Bastava leggere e trovavo, puntuali anche negli esempi, le sue risposte. Purtroppo sempre più spesso si guarda al particulare e si perdono i link al generale, (forse potrebbe inserirli per aiutare gli avventati come me).
    Se è vero che le metastasi nascono da singole e piccole cellule malate, i danni di una collettività diventano, per forza a dimensioni, universali. Resta da capire quindi “come” far crescere una sana identità collettiva. Ci riuscirono forse alcune ideologie con le loro (inevitabili?) rivoluzioni (l’illuminismo francese, le religioni monoteiste, il marxismo, …), ma le loro rigidità ed evoluzioni pratiche hanno generato perdite di credibilità.
    A proposito, grazie per la disponiblità, però non sono d’accordo su un punto: gli interisti, sì, costituiscono una identità collettiva sufficientemente utopica e frustrante…

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