Il senso storico dell’appello al sovranismo e i suoi limiti

1. La nuova forma della reazione al globalismo

“Sovranismo” è un concetto politico assurto solo recentemente ad un ruolo centrale nel dibattito italiano, mentre esso ha una tradizione di lungo periodo nel mondo di lingua francese (soprattutto) e anche inglese. Le istanze ‘sovraniste’, percepibili e crescenti non solo in Italia ma in gran parte dei paesi occidentali, sono una naturale reazione all’ubriacatura globalista in cui è caduto l’Occidente industrializzato da quarant’anni a questa parte.

I movimenti no-global della prima onda, prevalentemente con una caratterizzazione di sinistra, erano mossi da istanze di ribellione individuale e non avevano alcun corpo politico di riferimento cui appellarsi. La mancanza di un corpo politico cui ancorarsi come contraltare al potere transnazionale degli attori della globalizzazione economica ne ha segnato la sconfitta e sostanziale scomparsa.

Il rigetto degli effetti erosivi della globalizzazione, esacerbato da quell’epitome della globalizzazione economica che è stata la crisi del 2008, ha ripreso oggi un terreno solido riconnettendosi al corpo politico per eccellenza, cioè agli stati nazione. Essendo i problemi posti dalla globalizzazione economica i più potenti e comprensivi del panorama politico contemporaneo, il richiamo alle sovranità nazionali non è un tema effimero, ma è destinato a rimanere con noi nel lungo periodo.

2. La stratificazione concettuale del sovranismo

Il concetto di sovranismo ha tuttavia una natura complessa. Come osservato recentemente da un filosofo contemporaneo (Vincenzo Costa), nel sovranismo troviamo almeno due strati di significato: uno ‘territoriale’, radicato nell’husserliano ‘mondo della vita’, nella quotidianità vissuta delle persone, ed un secondo livello ‘istituzionale’, più astratto (che non significa irreale).

Il primo significato ha un senso etico profondo e si sovrappone in buona parte alla classica nozione di ‘comunità’ (Gemeinschaft) di Ferdinand Tönnies. La comunità, ovvero la sfera del ‘sovranismo territoriale’, è l’ambito del riconoscimento personale, della vita vissuta in luoghi concreti, relazioni umane, radicamento territoriale e linguistico, eredità di costumi, appartenenza affettiva primaria. Questa dimensione, fondativa dell’esistenza dell’uomo, a partire dal suo nucleo primitivo nella dimensione famigliare, è ciò che strutturalmente la globalizzazione economica, e più in generale i meccanismi sociali capitalistici, tendono ad erodere e dissolvere. Rispetto a questa dimensione di appartenenza primaria i moderni stati nazione si sono configurati come grandi tentativi di ricostituire, in una dimensione più ampia, più potente, ma anche più astratta, le forme di solidarietà e riconoscimento comunitario in cui la personalità umana può fiorire.

Questo è il senso che Hegel attribuiva alla moderna idea di Stato, come sintesi etica della sfera prossimale (famiglia e comunità) con la sfera distale delle relazioni economiche (la ‘società civile’). È cruciale nella prospettiva hegeliana l’idea che lo Stato si ponga come sintesi della sfera prossimale e di quella distale: nello Stato la forma relazionale solidaristica ed inclusiva che caratterizza la famiglia ha il compito di contenere e sovraintendere agli ‘spiriti animali’ del mercato. Come noto, questa è l’idea a partire dalla quale si svilupperà il modello di Stato socialista, e di società comunista, elaborato da Marx.

Il grande sforzo compiuto durante la costituzione dei moderni stati nazione per creare un corpo politico unitario fu quello di imporre una lingua comune. Questo passaggio era essenziale nei secoli passati e lo è a maggior ragione dal secondo dopoguerra, in prevalente presenza di Stati democratici. Infatti la comunanza di lingua rappresenta il principio e la condizione di possibilità di una comunanza della ‘vita politica’, cioè dell’interazione e cooperazione sociale.

I limiti dello Stato nazione sono i limiti che definiscono diritti e doveri intensificati rispetto a tutte le altre occasionali interazioni tra estranei (scambi, transazioni). Questi sono i limiti della ‘sovranità’, che nel mondo moderno appartiene al ‘popolo’, alla ‘cittadinanza’.

3. Ambiguità e rischi dell’appello generico al sovranismo

L’odierno uso del riferimento alla sovranità nazionale, e al sovranismo, ha tuttavia in sé un’ambiguità di cui bisogna essere consapevoli.

Nell’uso attuale esso mette in primo piano il carattere negativo, di rifiuto rivolto ad entità sovranazionali e alle loro capacità di limitare la sovranità delle nazioni (UE, ONU, NATO, WTO, FMI, ecc.). Quest’accezione, istituzionale e destruens, è ora prominente proprio per il ruolo ‘difensivo’ e ‘polemico’ che il termine ha assunto nei confronti delle dinamiche globaliste.  Il rischio in questa accentuazione unilaterale della dimensione istituzionale, ‘astratta’ del sovranismo consiste nel porre come auspicabile una qualunque forma di rafforzamento dello Stato, purchessia. Ora, questo senso di priorità e urgenza è comprensibile nella corrente fase storica, in cui la sensazione di impotenza rispetto ai ricatti della finanza internazionale è potente; essa tuttavia rischia di operare una fatale distorsione.

Infatti la mera invocazione di uno ‘Stato forte’ è di per sé un’invocazione che lascia aperte strade non meno dannose dell’attuale condizione di esposizione globalizzata. Dopo tutto erano stati sovrani anche il Cile neoliberista di Pinochet, la Cambogia di Pol Pot, l’Argentina di Videla, la Germania ordoliberista prima del trattato di Maastricht, il Regno Unito di Margaret Thatcher, ecc. Uno stato sovrano può essere tale anche sotto regimi dittatoriali, e anche sotto il governo di istanze ferocemente liberiste. Come è stato oramai osservato più volte in tempi recenti (Dardot & Laval 2009; Becchio & Leghissa 2016) il neoliberismo non è di per sé affatto contrario ad uno Stato forte, purché si tratti di uno Stato votato all’imposizione dei paradigmi competitivi del liberismo. Per ricordare come si esprimeva il padre nobile del liberalismo F. von Hayek, in occasione del golpe di Pinochet: “Personalmente preferisco un dittatore liberista a un governo democratico senza liberismo.”

Il caso dell’ordoliberismo tedesco è particolarmente significativo. All’origine l’ordoliberismo si presenta come una sorta di terza via tra la centralizzazione autocratica e il laissez faire del liberalismo classico. Si tratta di un’idea che si struttura già negli anni della Germania nazista e giunge a maturazione nell’immediato dopoguerra, come tentativo di riprendere la tradizione liberale, ma non nella forma ‘lasciafarista’ di fine ‘800, di cui si era esperita precocemente la capacità di disgregare le comunità locali. Il desiderio, radicato nella tradizione tedesca, di preservare il tessuto sociale delle piccole località dà luogo, in particolari in autori come Röpke, ad un progetto sociale dove lo Stato avrebbe il compito di istituzionalizzare le relazioni di mercato ponendo però al contempo limiti agli eccessi dei grandi monopoli capitalistici. Questa lodevole istanza spiega il carattere così particolare che caratterizza il capitalismo tedesco dei primi decenni dopo il 1945: il cosiddetto ‘capitalismo renano’, con un’alta collaborazione tra capitale e lavoro e la partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese. Tuttavia con il passare del tempo, secondo un meccanismo tipico, le istanze espansive del capitalismo tedesco non potevano essere più contenute e l’adesione al progetto europeo, come progetto eminentemente mercatista, diviene lo sbocco naturale dell’ordoliberismo tedesco. Tuttavia le ‘cessioni di sovranità’ tedesche all’organismo europeo sono sempre state cessioni condizionate alla conservazione e accrescimento del proprio ruolo di leader economico. In sostanza, l’ordoliberismo tedesco non nega mai la centralità del (proprio) potere statale, ma ripropone il proprio modello come ideale normativo cui gli altri membri della comunità/unione europea dovrebbero accostarsi. In questo quadro però ciò che contava e conta dal punto di vista tedesco è che le policy mercatiste vengano rafforzate, in quanto privilegiano l’economia che ha già un vantaggio competitivo, cioè la Germania stessa.

In ultima istanza tuttavia, neppure la Germania, nonostante la propria posizione di vertice economico europeo, riuscì a preservare la propria classe lavoratrice dalle dinamiche liberiste (a partire dalle riforme di Schröder). Ma grazie al suo peso nella definizione dei trattati europei, la Germania riuscì a limitare molto la propria perdita di sovranità, compensando perdite di sovranità formale con vantaggi competitivi che ne aumentano le capacità di autodeterminazione (sbilanciamento a proprio favore della bilancia dei pagamenti). In sostanza il progetto europeo, in particolare da Maastricht in poi, si presenta come un progetto funzionale a consentire, in qualche misura, all’ordoliberismo tedesco di domare le proprie contraddizioni tra istanze liberoscambiste e tentativo di preservazione del (proprio) tessuto sociale.

Visto da questo lato si comprende l’equivoco in cui sono caduti molti in Europa pensando all’UE come ad un luogo dove tutti sarebbero potuti ‘diventare come la Germania’, mentre la preservazione di un (relativo) privilegio per i lavoratori e i territori tedeschi è l’unica ragione per cui la Germania ha accettato di essere parte di quel progetto. Infatti, come sempre accade, in un mercato senza barriere i vantaggi nello scambio si distribuiscono in proporzione alla competitività, conferendo una fetta maggiore dei profitti nelle mani del partner commerciale più forte a scapito di quelli più deboli.

L’esempio dell’ordoliberismo tedesco è utile per sgombrare il campo dall’equivoco generato da un modello di Stato forte, democratico, eppure votato al liberismo. Si tratta di un esempio che non può per essenza essere emulato, giacché riesce a conservare il proprio delicato equilibrio (nella misura in cui riesce a farlo) solo cannibalizzando chi gli sta attorno. Da questa prospettiva si dovrebbe anche cogliere l’inanità degli appelli di coloro i quali sono adusi prendere la Germania, o, similmente gli USA, come ‘modelli da emulare’, mentre il sistema degli scambi liberi ed illimitati non consente ‘emulazione’, ma solo competizione: non è come una lezione di ballo dove tutti possono imparare da chi ne sa di più, migliorando senza togliere nulla agli altri, ma è piuttosto come una partita di Rollerball, dove i più sono destinati a soccombere, e dove a fronte di una manciata di ‘vincenti’ planetari devono esserci legioni di soccombenti.

4. Conclusioni

Il recente appello al sovranismo, e più in generale al recupero di una centralità dello Stato nazione come corpo politico capace di autodeterminazione, deve perciò essere qualificato. L’appello alla ripresa di sovranità statale è condizione necessaria, ma ampiamente insufficiente per definire un rinnovamento politico per la nostra epoca. Per essere ciò che promette di essere, per essere all’altezza dei problemi generati dal mostruoso meccanismo della globalizzazione economico-finanziaria, deve porsi:

1) come istanza di recupero di sovranità nazionale, che implica un ritorno di centralità del politico sull’economico;

2) come istanza democratica, sia nel senso formale del ricorso a libere elezioni, che nel senso sostanziale di ascolto delle esigenze del popolo e di cura dello stesso;

3) come istanza socialista, mossa dall’idea di una mutua solidarietà tra gli appartenenti del corpo politico, nel tentativo di esperire un progetto e percorso comune nella storia.

Senza un simultaneo avanzamento di queste tre istanze la spinta propulsiva attuale riprenderà rapidamente uno dei diversi vicoli ciechi della storia che abbiamo già mestamente percorso.

Precedente Nuovi eroi Successivo Il liberalismo come malattia etica

2 commenti su “Il senso storico dell’appello al sovranismo e i suoi limiti

  1. sovranisti…?
    Atto I scena III – Polonio consiglia il figlio Laerte, in procinto di recarsi in Francia:
    “Non indebitarti e non prestar soldi, perchè chi presta perde sè e l’amico, il debito smussa il filo dell’economia.”
    – William Shakespeare 1564-1623, dal volume: Amleto Principe di Danimarca –

    °° “Ci sono diversi tipi di denaro: oro, argento e monete di rame, o carta moneta. Le monete sono terribilmente reali, la carta moneta è solo convenzione.”.
    – Johann Wolfgang Goethe, 1749-1832 –
    “Le opinioni negative di Goethe sulla carta moneta si riflettono nella parte II del Faust, dove Mefistofele convince l’imperatore a introdurre la carta moneta basata sul valore di un tesoro sepolto da scoprire. Questo piano si rivelerà più tardi rovinoso per l’impero.” (Pag. 322).
    Goethe creò Mefistofele, che impersona il diavolo nel suo lavoro teatrale Faust, il venditore di carta moneta. Il punto è che fare soldi dal nulla, supportandolo con nulla, e prestarlo alle persone ( agli stati ? ) con gli interessi è male.
    – Douglas Miller, l’editore e traduttore in inglese di:” Gli studi scientifici di Goethe “

    • antropologiafilosofica il said:

      Ho approvato il commento, nonostante sia contrario alla policy della pagina pubblicare commenti anonimi, perché presenta, sia pure espresso in modo enigmatico, un errore classico di chi interpreta il sovranismo nel modo ristretto di richiesta di sovranità monetaria. L’idea che sovranità monetaria significa possibilità di produrre denaro dal nulla e che ciò sia ‘male’ (addirittura chiamando in causa Goethe) è di un’ingenuità commovente, giacché ignora che in tutta l’economia contemporanea la creazione di moneta senza un controvalore materiale è un’operazione continua e massiva. Solo che è un’operazione che è permesso fare solo al sistema privato. Come dovrebbe essere noto, qualunque banca è esposta in termini di denaro che mette a disposizione per un multiplo del capitale realmente disponibile (tipicamente un rapporto 1 a 12). Le stesse transazioni dei titoli sul mercato secondario crea continuamente valore liquido cui non corrisponde nulla, salvo la speranza in un valore futuro. (Repliche saranno accettate solo se non più anonime).

Lascia un commento